Con una decisione depositata il 3 marzo 2026, la Corte di cassazione ha respinto il ricorso presentato dal Ministero dell’interno contro l’ordinanza con cui la Corte d’appello di Torino aveva disposto la liberazione dell’imam Mohamed Shahin dal centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) di Caltanissetta.
La vicenda era stata già oggetto di attenzione nelle scorse settimane: nel gennaio 2026 la Corte d’appello di Torino aveva annullato il trattenimento dell’imam, ritenendo non adeguatamente motivata la misura restrittiva della libertà personale adottata nell’ambito del procedimento di espulsione.
Contro tale decisione il Ministero dell’interno e la Questura di Torino avevano presentato ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha tuttavia confermato l’impostazione dei giudici torinesi, respingendo il ricorso e affermando come Shahin non rappresenti una minaccia tale da giustifcare l’applicazione della misura. Nel fare ciò, ha ribadito l’importanza del ruolo del potere giurisdizionale nel valutare, caso per caso, le misure che incidono sulla libertà personale.
La decisione della Cassazione comporta quindi che Shahin resti libero e non venga nuovamente trattenuto nel CPR, pur rimanendo formalmente efficace il decreto di espulsione adottato nei suoi confronti dal Ministero dell’interno.
Il ruolo del giudice nel controllo delle misure di trattenimento
Al di là del caso concreto, la pronuncia offre lo spunto per alcune considerazioni di carattere più generale.
Il trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio costituisce infatti una misura amministrativa che comporta una significativa limitazione della libertà personale. La concreta afflittività della misura, anche se inquadrata come amministrativa, impone di conseguenza un controllo giurisdizionale volto a verificare la legittimità e la proporzionalità della misura.
La decisione della Cassazione sembra ribadire con chiarezza questo principio: anche in presenza di esigenze di sicurezza pubblica, la limitazione della libertà personale deve essere sorretta da una motivazione concreta e da presupposti adeguatamente verificabili.
Il caso Shahin mostra dunque, ancora una volta, il ruolo centrale della giurisdizione nel bilanciamento tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. In un contesto particolarmente sensibile, quale quello delle misure limitanti la libertà personale, il controllo giudiziario rappresenta uno strumento essenziale per garantire che l’esercizio dei poteri amministrativi resti entro i limiti fissati dall’ordinamento.