Regno Unito, annullata la condanna per l’uomo che aveva bruciato il Corano davanti al consolato turco

La Corte di Southwark, a Londra, ha annullato la condanna inflitta a Hamit Coskun, l’uomo che lo scorso febbraio aveva bruciato una copia del Corano davanti al consolato turco nella capitale britannica. Durante l’episodio, Coskun era stato accoltellato da un passante e aveva riportato lievi ferite, ma era riuscito a concludere l’azione prima di essere soccorso dalla polizia.

In primo grado, l’uomo era stato riconosciuto colpevole di public order offence aggravato da motivazione religiosa e condannato al pagamento di una multa di 240 sterline. La Corte d’appello ha tuttavia stabilito che l’atto, pur «profondamente offensivo», non costituiva reato: non vi sono infatti prove che avesse causato o potesse ragionevolmente causare “harassment, alarm or distress” a persone identificate.

Il giudice Joel Bennathan ha ricordato che, nel diritto britannico, la libertà di espressione include anche il diritto di offendere o disturbare, purché non si oltrepassi la soglia dell’incitamento all’odio o della violenza. La decisione arriva in un Paese in cui le leggi sulla blasfemia sono state abolite nel 2008, ma dove casi di offesa ai simboli religiosi continuano a essere problematici.

Il caso ha suscitato ampio dibattito nel Regno Unito, dove alcuni gruppi laici hanno salutato la sentenza come una vittoria per la libertà di parola, mentre altri hanno espresso preoccupazione per l’impatto su comunità religiose e rapporti interetnici.

La pronuncia della corte britannica sul caso di Hamit Coskun segna una tappa significativa: riafferma che la libertà di espressione in democrazia deve coprire anche forme di dissenso che risultano “disturbanti”, purché non superino la soglia dell’interazione criminosa con individui o gruppi specifici.
Tuttavia, il fatto stesso che la vicenda sia stata giudicata degna di condanna in un primo momento mostra come il confine tra diritto di critica e tutela dell’ordine pubblico rimanga fragile e controverso.

Il caso si inserisce in un filone noto anche ad altri ordinamenti occidentali. Un episodio analogo aveva coinvolto nel 2023 Salwan Momika, rifugiato iracheno in Svezia, che aveva bruciato copie del Corano a Stoccolma. Anche in quel caso non erano seguite condanne penali, in virtù della tutela della libertà di espressione.